Ecco Guido Guidi, pioniere della fotografia italiana di paesaggi, classe 1941, è nato a Cesena e dopo una vita entusiasmante e non priva di sorprese oggi espone le sue opere al MAXXI di Roma.
La Galleria ospita Guido Guidi. Col tempo, 1956-2024, la più grande mostra monografica di sempre sull’artista cesenate. Un percorso tra 400 opere e materiali d’archivio racconta la carriera del grande fotografo italiano che “ha ridefinito il linguaggio fotografico, trasformando la rappresentazione visiva in una riflessione concettuale sul tempo, sullo spazio e sul modo di vedere il mondo.”
La sua capacità di indagare il reale, di farlo suo e di valorizzarne i dettagli attraverso grandi panoramiche, giochi di luce e di inquadrature lo rendono uno dei grandi maestri di questo tempo. Tanto che le sue opere sono attualmente in svariate collezioni di istituzioni italiane e internazionali. Quali la Bibliothèque Nationale e il Centre Georges Pompidou a Parigi, il Centro Studi e l’Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino, l’Iccd di Roma, la Fondation Stichting di Bruxelles. La Galleria Nazionale di Arti Estetiche a Pechino, il Canadian Centre for Architecture di Montreal e il San Francisco Museum of Modern Art.
Umile e schivo, Guido Guidi è dotato di una sensibilità fuori dall’ordinario che lo ha aiutato negli anni a guardare il mondo da un’altra angolazione.
“La fotografia può essere considerata una protesi della nostra memoria,” riflette Guidi. “Dietro la macchina fotografica mi sento a mio agio, è il mio paravento con cui osservo il mondo.” Se gli si domanda come si fa ad allenare gli occhi alla bellezza lui risponde: “È necessario saper riconoscere la bruttezza, quindi guardare tutto dell’umano e del mondo.”
Le sue opere sono tutte realizzate con macchine analogiche e poi stampate. “Ho anche una camera digitale e quando ho fretta scatto con il cellulare, ma questo tipo di foto non le stampo quasi mai.”
Cresciuto in una famiglia molto umile, da figlio unico, gli è stato concesso di studiare nonostante i tempi non fossero favorevoli. “Sono andato a scuola a casa del maestro Milandri a San Mauro in Valle. Sin da bambino ho manifestato un’attitudine per l’arte: il mio desiderio era quello di fare il pittore, pertanto ho frequentato il liceo artistico a Ravenna.
Successivamente grazie al mio parroco don Pio Vicini, che mi ha trovato un alloggio in cambio di lezioni, e poi avendo trovato posto presso la Casa dello studente a Venezia, ho potuto intraprendere gli studi di architettura.” Anni meravigliosi quelli trascorsi nella città lagunare in cui Guidi inizia la scoperta della fotografia.
“La fotografia è parente della prospettiva e la prospettiva ha passato il testimone alla fotografia. Quando la pittura del paesaggio è entrata in crisi, nel Novecento si è fatta spazio questa nuova forma d’arte che oggi domina la cultura contemporanea.
All’inizio per me era semplice hobby. Talvolta ho usato la fotografia per qualche esame all’università. Si è trattato di un periodo molto particolare della mia vita, me la sono presa un po’ comoda. Ad un certo punto sono stato chiamato alle armi e accettato tra gli allievi ufficiali.” Rientrato dopo la leva Guidi è tornato a Venezia ospitato da amici.
Sono gli anni del ‘68 in cui scopre Kerouac, Salvemini, Banfi, Joice e cresce in lui il forte desiderio di compiere un percorso personale. Inizia una collaborazione con l’ingegnere Latini di Ravenna per il quale disegna prospettive, diventa l’assistente dello scultore Amedeo Masacci.
Viene in contatto con la rete degli artisti locali come Giorgio Villa, Osvaldo Piraccini e Ilario Fioravanti che conosce a Parigi e poi rivedrà a Cesena. Abbandona architettura e inizia lo studio dell’industrial design in un corso dell’Università di Venezia e qui incontra il suo più grande maestro, Italo Zannier.
“Mi sono iscritto al corso per migliorare nell’arte della fotografia e ho avuto il privilegio di assistere alle lezioni di Zannier e di Veronesi. Questa per me è stata la svolta.” Guido Guidi comincia a sperimentare alla fine degli anni Sessanta l’obiettività della fotografia attraverso immagini di ‘stile documentario’ e concentra il suo lavoro sull’indagine del significato stesso della pratica del guardare.
Influenzato dal cinema neorealista e dall’arte concettuale, inizia a esplorare i paesaggi dell’Italia e indirizza la sua attenzione sugli spazi marginali e anti-spettacolari della provincia. In seguito, la sua ricerca si allarga all’architettura modernista, di cui documenta la vita e la morte attraverso progetti sulle opere di Carlo Scarpa, Ludwig Mies van der Rohe e Le Corbusier.
Dalla fine degli anni Ottanta si dedica anche all’insegnamento. La sua intera esistenza è costellata di incontri fortunati e di amici. Come Giuliano Cosolo e Mariano Sartore che lo hanno aiutato a creare la sua arte. “Cosolo è stato per me un amico a cui devo tanto, perché, a mia insaputa, ha inviato la mia candidatura a un concorso come fotografo per la Facoltà di Venezia, attività che mi ha consentito di realizzare tanti progetti sul Veneto e l’Europa.
Sartore inoltre, quando ne ho avuta la necessità, mi ha aperto le porte di casa sua. Per diversi anni ho anche viaggiato in modo povero con la mia R4, si è trattato di un periodo dall’incredibile fervore creativo e Marta, oggi mia moglie, è sempre stata con me. Io che amavo la pittura mi stavo però rendendo conto che la pittura di paesaggio non esisteva più. È lì che ho cominciato a pensare a quanto avesse ragione Osvaldo Piraccini quando un giorno mi ha detto: “Beati voi fotografi che potete occuparvi del paesaggio.”
Dal Futurismo in poi infatti il paesaggio è stato praticamente abolito, invece io sono sempre stato interessato all’arredo urbano che raccoglie i segni del territorio.” Guidi per i suoi scatti usa la sua Deardorff 8 x 10, un’antica camera da campagna molto pesante, oppure una Hasselblad di oltre 30 anni. “Quello che mi piace lo catturo e non mi faccio condizionare. Ricordo che un giorno sono venuti a prendermi per fare un servizio a un paesaggio e sono tornato a casa con la foto di un palo della luce con la base rossa. Il mio sguardo era caduto lì. La fotografia è l’arte del nostro tempo e va esercitata con libertà e per me la libertà è impagabile.”